Padre Corbo, il frate archeologo del S.Sepolcro

Padre Virgilio Corbo (1918-1991)

Doveva ancora riportare alla luce la casa di Pietro a Cafarnao quando nel 1960, al “frate cercatore dei Luoghi Santi”, fu affidato l’incarico dalla Custodia di Terra Santa di seguire i lavori di scavo in programma per il restauro delle parti cattoliche della Basilica del Santo Sepolcro.

Dopo tre anni, nel 1963, le tre Comunità presenti al Sepolcro lo elessero archeologo dei lavori effettuati nelle parti comuni, incarico che lo impegnò per ben 17 anni a seguire mattina e sera il cantiere e altri 2 anni per consegnare alla stampa la sua monumentale opera “Il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Aspetti archeologici dalle origini al periodo crociato”. Padre Virgilio Corbo giunse in Terra Santa a soli dieci anni, dalla nativa Avigliano, comune dell’appennino lucano, come alunno del Seminario minore della Custodia di Terra Santa.
Sotto la guida di padre Bellarmino Bagatti, durante il soggiorno forzato presso Emmus el-Qubeibeh tra il 1940 e il 1943, padre Corbo fece le prime esperienze di scavo archeologico, intensificate dalle ricognizioni archeologiche dei territori adiacenti al monastero, sede da cui i frati potevano uscire una volta a settimana.

Primo campo di ricerca furono i monasteri bizantini del deserto di Giuda su cui discusse la tesi di laurea presso il Pontificio Istituto di Studi Orientali di Roma, tesi dal titolo “Gli scavi di Khirbet Siyar el-Ghanam (Campo dei Pastori) e i monasteri dei dintorni”, pubblicata poi nella Collectio Maior dello Studium Biblicum Franciscanum nel 1955.
Successivamente di dedicò alle ricerche archeologiche sul Monte degli Ulivi in una area a ridosso del Santuario dell’Ascensione e nella Grotta degli Apostoli al Getsemani.

Nel 1960 ebbe inizio la lunga attività di esperto archeologo presso il Santo Sepolcro, attività condivisa con altrettanti importanti ricerche archeologiche che svolse presso la Fortezza dell’Herodion (1962-1967) e al Monte Nebo (1963-1970).

A partire dal 1968 padre Corbo con padre Stanislao Lofredda lavorò al sito che lo rese più celebre, conducendo 19 campagne di scavo sul Lago di Tiberiade, in quella Cafarnao che restituì, grazie all’instancabile lavoro dei padri, la casa di Pietro trasformata dai primi cristiani in luogo di culto.

La sua fede francescana nel Vangelo e la sua passione per l’archeologia erano fuse in un fisico corpulento e in uno spirito vulcanico che lo spingeva sempre di più alla ricerca di un’autenticità che definiva “storica e morale” verso i luoghi della Redenzione.
Dalla prefazione ai tre volumi sul S.Sepolcro si coglie a pieno lo spirito con cui il frate archeologo si accostò al luogo del Golgota e alla Tomba vuota “con la stessa ansia degli Apostoli”:
“Qui è incominciato il pellegrinaggio degli Apostoli e delle pie donne nell’alba del giorno della Risurrezione. Qui ha sempre approdato il pellegrinaggio della Chiesa di due millenni. Qui continua incessante il pellegrinaggio nostro per riudire il messaggio angelico “ecce locus ubi posuerunt eum… non est hic. Resurrexit!”.

Se oggi possiamo conoscere le strutture del Santo Sepolcro, non più le piante ideali, lo si deve alla competenza e alla grande passione di padre Corbo, che con perizia e con “intuito d’amore verso Colui che di questo monumento è la figura trionfante”, rese docili le fatiche del lavoro e le resistenze degli uomini.